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LA COMUNIONE SULLE MANI

Istruzione Memoriale Domini – Come iniziò la Comunione sulla mano

(tratto da Veritatem in caritate)

 

La pratica della comunione sulla mano, sebbene oggi largamente diffusa, fu introdotta abusivamente in alcuni Paesi del Nord Europa negli anni ’60 e non è mai stata sancita come regola della Chiesa. Viceversa, è a tutt’oggi consentita solo sotto forma di indulto.

In questo post pubblichiamo il documento che fu all’origine dell’introduzione di questa pratica, l’istruzione Memoriale Domini del 1969.

Leggendola si vedrà come l’intento originario non fosse affatto di introdurre questa pratica, né di diffonderla. Al contrario, l’episcopato mondiale si dichiarò contrario.

 

 

 

Come è nata la Comunione sulla mano

 

Questa maniera di ricevere la Comunione non fu trattata nel Concilio e non fa parte della riforma liturgica posteriore. L’uso della Comunione sulla mano fu introdotto senza autorizzazione in certe regioni verso la metà degli anni Sessanta. (“… in alcuni luoghi e in certe comunità, questo rito è stato già introdotto senza la previa approvazione della Sede Apostolica” (Istr. Memoriale Domini, cit.).

 

“Sulla questione di come è nata questa prassi della Comunione sulla mano c’è un grande dibattito. Comunque, alcune cose sono chiare. Cioè, questa prassi è stata iniziata nel senso di fervore e di euforia creatosi per la conquista di una certa libertà, di una certa apertura alla creatività nelle Chiese locali. E allora prima che le questioni siano state studiate, i nuovi libri liturgici siano stati introdotti e le nuove norme siano state stabilite, alcuni Paesi e alcuni episcopati si sono presi la libertà, usando la famosa categoria ad experimentum, di introdurre questa nuova prassi di Comunione sulla mano. Forse era vista come un gesto favorevole all’ecumenismo con i protestanti, un gesto di apertura verso di loro. La nuova prassi dopo iniziata si è consolidata.

Volendo regolarizzare la situazione, il Santo Padre Paolo VI, di venerata memoria, fece un’indagine presso i Vescovi già durante il Concilio stesso. E molti dei Vescovi, come è scritto nel documento pontificio Memoriale Domini, non accettarono questa nuova prassi. Ma essa era ormai dilagata in certe zone e sicuramente il Papa trovò difficoltà a farli ritornare sui propri passi.

Per legalizzare questa anomalia, permise ad alcuni Paesi di continuarla. Ma non indicava affatto questo esempio come valido per tutto il mondo. Il Papa determinò inoltre che, se sotto certe condizioni le Conferenze Episcopali volevano adottare la nuova prassi, bisognava chiedere l’indulto alla Santa Sede. Allora le Conferenze Episcopali di altri Paesi cominciarono ad adottarla, sotto pressione di diverse scuole teologiche e liturgiche, che dicevano che la nuova prassi era un gesto più aperto, più moderno. Poi i viaggiatori che sono andati nei Paesi del Terzo Mondo chiedevano di far la Comunione in questo modo. Comunque, rimaneva l’obbligo di chiedere l’indulto alla Santa Sede. Lo stesso fatto di dover chiedere l’indulto sta a indicare che la prassi normale è l’altra. Adesso la prassi straordinaria è diventata la prassi normale. Ma non dovrebbe essere così in tutti i Paesi”.

(Mons. Ranjith, intervista a Radici Cristiane)

 

 

 

 

Testo dell’Istruzione "Memoriale Domini" del 1969

 

Celebrando il memoriale del Signore, la Chiesa attesta con il rito stesso la sua fede in Cristo e lo adora: egli infatti è presente nel sacrificio e vien dato in cibo a coloro che partecipano alla mensa eucaristica.

Sta quindi molto a cuore alla Chiesa che l’Eucaristia si celebri e che ad essa si partecipi nel modo più degno e più fruttuoso, in assoluta fedeltà alla tradizione, quale si è affermata, con la ricca varietà della sua espressione, nella pratica vissuta della Chiesa, ed è giunta nel suo progressivo sviluppo fino a noi.

Che ci sia stata in passato varietà nel modo di celebrare e di ricevere l’Eucaristia è un fatto storicamente documentato; ma anche attualmente, per un beninteso adattamento del rito alle esigenze spirituali e psicologiche degli uomini del nostro tempo, sono stati introdotti , nella celebrazione dell’unica e medesima Eucaristia, non pochi ritocchi rituali, anche di un certo rilievo; e ritoccata è stata pure la disciplina che regola le modalità della Comunione dei fedeli, con la reintroduzione, in determinate circostanze, della Comunione sotto le due specie; era questo in passato il modo comune di far la Comunione, anche nel rito latino, ma era andato a poco a poco in disuso, tanto che il Concilio di Trento, resosi conto del nuovo orientamento pratico ormai generalizzato, lo sanzionò, sostenendolo con ragioni teologiche e dimostrandone l’opportunità in quella particolare contingenza storica.

(Cfr. Conc. Trid., Sess. XXI, Doctrina de communione sub utraque specie et parvulorum: DS 1726-1727; Sess. XXII, Decretum super petitionem concessionis calicis: DS 1760.)

L’antica disciplina ora ripresa è servita senza dubbio a porre in maggior risalto il segno del convito eucaristico e la dimensione piena del mandato di Cristo; ma questa stessa più completa partecipazione alla celebrazione eucaristica, attuata nel segno della Comunione sacramentale, ha fatto nascere qua e là, in questi ultimi anni, un altro desiderio: quello di ritornare all’uso primitivo di deporre il pane eucaristico nella mano del fedele, perché se lo porti lui stesso alla bocca, e si comunichi così direttamente. Anzi, in alcuni luoghi e in certe comunità, questo rito è stato già introdotto senza la previa approvazione della Sede Apostolica, e talvolta senza che i fedeli vi fossero stati opportunamente preparati. E’ vero che in antico era abitualmente consentito ai fedeli di ricevere in mano il cibo eucaristico e di portarselo direttamente alla bocca; ed è vero che nei primi tempi i fedeli potevano anche prelevare il Santissimo dal luogo della celebrazione, soprattutto per servirsene come viatico, qualora avessero dovuto correre dei rischi per l’aperta professione della loro fede. Però le prescrizioni della Chiesa e gli scritti dei padri documentano con ricchezza grande di testi quale venerazione e quale attento rispetto si avesse per la Santa Eucaristia.

«Nessuno si ciba di quella carne, senza aver fatto prima un atto di adorazione», dice Agostino

( Cfr. S. Agostino, Enarrationes in psalmos 98, 9: PL 37, 1264);

e per il momento della Comunione, si fa a ogni fedele questa raccomandazione:

«… prendi quel cibo, e bada che nulla ne vado perduto». 

(S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche V, 21: PG 33, 1126.) 

«E’ il corpo di Cristo».

(Ippolito, Traditio apostolica, n. 37: ed. B. Botte, 1963, p. 84S. Giustino, Apologia I, 65: PG 6, 427.)

Inoltre la cura e il ministero del Corpo e del Sangue di Cristo venivano affidati in modo tutto particolare ai sacri ministri o a persone appositamente scelte e designate:

«Quando colui che presiede ha terminato le preghiere, e il popolo ha fatto la sua acclamazione, coloro che noi chiamiamo diaconi distribuiscono a ognuno dei presenti il pane, il vino e l’acqua su cui è stata pronunciata lo preghiera di azione di grazie, e ne recano agli assenti».

(S. Giustino, Apologia I, 65: PG 6, 427.)

Fu così che il compito di recare la Santa Eucaristia agli assenti venne ben presto affidato ai Sacri Ministri soltanto, allo scopo di meglio assicurare da una parte la debita riverenza verso il corpo di Cristo, e di provvedere dall’altra più responsabilmente alla necessità dei fedeli. Con l’andare del tempo, e con il progressivo approfondimento della verità del mistero eucaristico, della sua efficacia e della presenza in esso del Cristo, unitamente al senso accentuato di riverenza verso questo Santissimo Sacramento e ai sentimenti di umiltà con cui ci si deve accostare a riceverlo. si venne introducendo la consuetudine che fosse il ministro stesso a deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi.

Questo modo di distribuire al Comunione, tenuta presente nel suo complesso la situazione attuale della Chiesa, si deve senz’altro conservare, non solo perché poggia su di una tradizione plurisecolare, ma specialmente perché esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia.

Non ne è per nulla sminuita la dignità della persona dei comunicandi; tutto anzi rientra in quel doveroso clima di preparazione, necessario perché sia più fruttuosa la Comunione al Corpo del Signore.

(Cfr. S. Agostino, Enarrationes in psalmos 98, 9: PL 37, 1264-1265.)

Questo rispetto significa che non si tratta di «un cibo e di una bevanda comune»,

(Cfr. S. Giustino, Apologia I, 66: PG 6, 427; S. Ireneo, Adversus haereses 4, 18, 5: PG 7, 1028-1029.)

ma della Comunione al Corpo e al Sangue del Signore; in forza di essa «il popolo di Dio partecipa ai beni del Sacrificio pasquale, riconferma il nuovo patto sancito una volta per sempre da Dio con gli uomini nel Sangue di Cristo, e nella fede e nella speranza prefigura e anticipa il convito escatologico nel regno del Padre».

(Sacra Congregazione dei Riti, Istr. Eucharisticum mysterium, n. 3n: AAS 59 (1967), 541; EV II, 1296.)

Inoltre con questa forma ormai tradizionale è meglio assicurata una distribuzione rispettosa, conveniente e dignitosa insieme della Comunione; si evita il pericolo di profanare le specie eucaristiche, nelle quali «è presente in modo unico, sostanzialmente e ininterrottamente, il Cristo tutto e intero; Dio e uomo»; (Cfr. ibid., n. 9: AAS 59 (1967), 547; EV II, 1309.)

e si ha modo di osservare con esattezza la raccomandazione sempre fatta dalla Chiesa sul riguardo dovuto ai frammenti del pane consacrato:

«Se tu ti lasci sfuggire qualche frammento è come se perdessi una delle tue stesse membra».

(S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi mistagogiche V, 21: PG 33, 1126.)

Ecco perché quando alcune Conferenze Episcopali e anche singoli Vescovi chiesero che fosse loro consentito di introdurre nei rispettivi territori l’uso di deporre il pane consacrato nelle mani dei fedeli, il Sommo Pontefice stabilì che venissero consultati tutti e singoli i Vescovi della Chiesa latina, perché esprimessero il loro parere sull’opportunità di introdurre quest’uso.

Un cambiamento in cosa di tanta importanza, basata su una tradizione antichissima e veneranda, non tocca solo la disciplina; potrebbe dimostrarsi fondato il timore di eventuali pericoli derivanti da questo nuovo modo di distribuire la Comunione; il pericolo per esempio di un diminuito rispetto verso il Santissimo Sacramento dell’altare, o quello di una sua profanazione, o anche di un’alterazione della dottrina eucaristica.

Ecco dunque le tre domande poste ai Vescovi, e le relative risposte da essi pervenute fino al 12 marzo scorso:

Si ritiene opportuno accogliere la petizione che, oltre al modo tradizionale di ricevere la Comunione, sia pure consentito di riceverla in mano? Sì: 567. No: 1233. Sì con riserva: 315. Schede nulle: 20.

Si è favorevoli a eventuali esperimenti di questo nuovo rito in piccole comunità, con l’assenso dell’ordinario del luogo? Sì: 751. No: 1215. Schede nulle: 70.

Si pensa che i fedeli, dopo una ben condotta catechesi preparatoria, accetteranno volentieri questo nuovo rito? Sì: 835. No: 1185. Schede nulle: 128.

Dalle risposte date risulta chiaramente il pensiero della grande maggioranza dei Vescovi: la disciplina attuale non deve subire mutamenti; anzi un eventuale cambiamento si risolverebbe in un grave disappunto per la sensibilità dell’orientamento spirituale dei Vescovi e di moltissimi fedeli.

Tenuti quindi presenti i rilievi e le osservazioni di coloro che «lo Spirito Santo ha posto a reggere come Vescovi le varie Chiese», (Cfr. Act. 20, 28.) per l’importanza della cosa e il peso degli argomenti addotti, il Sommo Pontefice non ha ritenuto opportuno cambiare il modo tradizionale con cui viene amministrata ai fedeli la santa Comunione.

Pertanto la Sede Apostolica esorta caldamente Vescovi, Sacerdoti e fedeli a osservare con amorosa fedeltà la disciplina in vigore, ora ancora una volta confermata; tengano tutti presente il giudizio espresso dalla maggior parte dell’episcopato cattolico, la formula attualmente in uso nel rito liturgico, il bene comune della Chiesa”.

Se poi in qualche luogo fosse stato già introdotto l’uso contrario, quello cioè di porre la santa Comunione nelle mani dei fedeli, la sede apostolica, nell’intento di aiutare le Conferenze Episcopali a compiere il loro ufficio pastorale, reso non di rado ancor più difficoltoso dall’attuale situazione, affida alle medesime conferenze il compito di vagliare attentamente le eventuali circostanze particolari, purché sia scongiurato ogni pericolo di mancanza di rispetto all’eucaristia o di deviazioni dottrinali su questo Santissimo Sacramento, e sia eliminato con cura ogni altro inconveniente.

In questi casi, per un’opportuna normativa del nuovo uso, le Conferenze Episcopali, esaminata con prudenza la cosa, prenderanno le loro deliberazioni con votazione segreta, a maggioranza di due terzi, e presenteranno poi il tutto alla Santa Sede, per averne la necessaria conferma, (Cf. CD 38, 4; AAS 58 (1966), 693; EV I, 686.) allegandovi una accurata esposizione dei motivi che le hanno indotte alle deliberazioni stesse. La Santa Sede vaglierà con cura i singoli casi, tenendo anche presenti i rapporti che uniscono le varie Chiese locali tra di loro, e ognuna di esse con la Chiesa universale, per il bene comune, per lo comune edificazione, e per l’incremento di fede e di pietà che il vicendevole esempio reca e promuove.

Questa istruzione, preparata per mandato speciale del sommo pontefice Paolo VI, è stata da lui approvata, in forza della sua autorità apostolica, il 23 maggio 1969. Egli ha inoltre disposto che per il tramite dei presidenti delle Conferenze Episcopali fosse portata a conoscenza di tutti i Vescovi.

Nonostante qualunque cosa in contrario.

 

Roma, 29 maggio 1969.

BENNO Card. GUT, prefetto

A. BUGNINI, segretario

 

Lettera pastorale

 

Eminenza,

Eccellenza,

 

in risposta alla domanda presentata dalla sua Conferenza Episcopale circa il permesso di distribuire la Comunione deponendo l’Ostia nella mano dei fedeli, sono in grado di trasmetterle la seguente comunicazione:

Pur richiamando quanto esposto nella allegata istruzione del 29 maggio 1969, circa il mantenimento in vigore dell’uso tradizionale, il Santo Padre ha preso in considerazione le motivazioni presentate a sostegno della sua domanda e i risultati del voto espresso a tale proposito.

Egli concede che, sul territorio della sua Conferenza Episcopale, ciascun Vescovo, secondo prudenza e coscienza, possa autorizzare nella propria Diocesi l’introduzione del nuovo rito per distribuire 1a Comunione, purché sia evitata ogni occasione di meraviglia da parte dei fedeli e ogni pericolo di irriverenza verso l’Eucaristia.

Perciò, si terrà conto delle norme seguenti:

Il nuovo modo di comunicare non dovrà essere imposto in maniera tale da escludere l’usanza tradizionale. Segnatamente bisogna che ciascun fedele abbia la possibilità di ricevere la Comunione sulla lingua, laddove sarà concesso legittimamente il nuovo uso e quando verranno a comunicarsi nello stesso tempo altre persone che riceveranno l’Ostia nella mano.

Infatti i due modi di ricevere la Comunione possono coesistere senza difficoltà nella stessa azione liturgica. E questo affinché nessuno trovi nel nuovo rito motivo di turbamento per la propria sensibilità spirituale verso l’Eucaristia e affinché questo Sacramento, per propria natura fonte e causa di unità, non divenga occasione di disaccordo tra i fedeli.

Il rito della Comunione dato nella mano del fedele non deve essere applicato senza discrezioni. Infatti, trattandosi di un atteggiamento umano, è legato alla sensibilità e alla preparazione di colui che la prende. Conviene dunque introdurlo gradualmente, cominciando con gruppi e ambienti qualificati e più preparati. E’ necessario soprattutto far precedere questa introduzione da una catechesi adeguata, affinché i fedeli comprendano esattamente il significato del gesto e lo compiano con il rispetto dovuto al Sacramento. Il risultato di questa catechesi deve essere quello di escludere qualunque impressione di cedimento nella coscienza della chiesa circa la fede nella presenza eucaristica, come pure qualunque pericolo o semplicemente apparenza di pericolo di profanazione.

La possibilità offerta al fedele di ricevere nella mano e di portare alla bocca il pane eucaristico non deve dargli l’occasione di considerarlo un pane ordinario o una cosa sacra qualunque; deve invece accrescere in lui il senso della propria dignità di membro del corpo mistico di Cristo, nel quale è inserito mediante il battesimo e mediante la grazia dell’Eucaristia, e inoltre accrescere lo sua fede nella grande realtà del Corpo e del Sangue del Signore che egli tocca con le proprie mani.

Il suo atteggiamento di rispetto sarà proporzionato al gesto che compie.

Quanto al modo di agire, si possono seguire le indicazioni della tradizione antica, che metteva in rilievo la funzione ministeriale del Presbitero e del Diacono, facendo deporre l’Ostia da costoro nella mano di chi si comunicava. Tuttavia si potrà adottare anche un modo più semplice, lasciando che il fedele prenda direttamente l’Ostia nel vaso sacro.

(Questo secondo modo non è più consentito dopo la pubblicazione del decreto Eucharistiae Sacramentum (21 giugno 1973) con il quale venne promulgato il nuovo rituale De sacra communione et de cultu mysterii eucharistici extra Missam (cfr. Praenotanda, n.21, pp.13-14)).

In ogni caso il fedele dovrà consumare l’Ostia prima di tornare al proprio posto, e l’assistenza del ministro sarà sottolineata dalla formula abituale: «Il Corpo di Cristo» alla quale il fedele risponderà: «Amen».

Qualunque sia la forma adottata, si faccia attenzione di non lasciar cadere né disperdere frammenti del pane eucaristico, come pure alla conveniente pulizia delle mani e alla dignità dei gesti secondo le usanze dei vari popoli.

Nel caso della Comunione sotto le due specie distribuita per intinzione, non è mai permesso di deporre nella mano del fedele l’Ostia intinta nel Sangue del Signore.

I Vescovi che avranno permesso l’introduzione del nuovo modo di Comunione sono pregati di mandare a questa Sacra Congregazione, entro sei mesi, un rapporto sul risultato di questa concessione.

Approfitto dell’occasione per esprimerle, reverendissimo, i miei sentimenti di profonda stima.

 

BENNO Card. GUT, prefetto

A. BUGNINI, segretario

 

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